[...]

Dimentica tutto. i nostri corpi. il sangue. il rumore del sesso. rimarremo qui. in questo caldo caldo oblio. fatto di nuvole. e nero. fatto di fiori. fatto di strade. e blues svaniti. a poco a poco. soppressi dalla notte. lascivi come la morte di due farfalle. e saremo tutto. e saremo nulla. - 14 ottobre 2003

martedì, giugno 07, 2005

 
Quel contadino
si affida alla medaglia
di Sant'Antonio
e va leggero

Ma ben sola e ben nuda
senza miraggio
porto la mia anima

G. Ungaretti.


oggi ho scoperto che un'interrogazione di scienze vale più di me
oggi ho scoperto che in fondo alle bottiglie di scotch (nastro adesivo borghese) rimane uno strato fangoso comunemente identificato come humus
oggi ho scoperto che Dio esiste. Si, cazzo: dio esiste. Ma poi credo di averlo confuso con un'erezione.
oggi ho scoperto che metà di quello che scrivo non è poi così tanto male. è male metà di quello che penso e non scrivo.
oggi ho scoperto di possedere una notevole capacità di leccaculismo lessicale in ambito tesina & C.
oggi ho scoperto di avere nozioni sufficienti per riprodurre la merda allo stato chimico.
oggi ho scoperto di essere più felice che arrabbiato. e più sincero che volgare.
oggi ho scoperto un nuovo farmaco. si chiama dare pugni in faccia alla gente che incontri per strada.

"oh. guarda come è triste. poverino. cos'è? l'enensimo tentavivo di dare un'immagine di se stesso povera di aggettivi qualificativi?"

ma io ho la mia bella serie di aggettivi di qualificativi, per "d"io.

e tra questi

"mio"
"uno"
"nessuno"

Commenti:
"E non cerco se non oblio /nella cecità della carne"
 
"T'affretta, tempo, a pormi sulle labbra / le tue labbra ultime"
 
lo sai che viviamo nell'era delle citazioni?
 
viviamo nell'era del prosciutto. cotto.
 
Se la conclusione di Kierkegaard e di Heidegger è quella o di vedere l’angoscia come il puro sentimento del possibile o di interpretarla come essere-per-la-morte, cioè come sentimento del nulla delle possibilità, nel primo espressionismo di fine ‘800 – inizi ‘900 sono presenti entrambi queste visioni a mio parere complementari.
In Vincent Van Gogh (1853 – 1890) l’angoscia esistenziale è presente negli ultimi dipinti della sua produzione, quelli del 1889 – 90. Sono gli anni dell’esilio spirituale in Provenza, in cerca della luce, di colori e di un vitalismo fatale. Come in Heidegger, davanti alla propria morte, Van Gogh vede palesata la propria angoscia nel dipinto “Campo di grano con corvi” (luglio 1890). Le pennellate potenti, energiche, pesanti, i colori accesi come il giallo del campo sono rivelazioni dell’angoscia dell’artista di fronte alla vicina fine. Le vie si perdono nei campi, senza giungere a qualche destinazione, ma svaniscono come le possibilità di fonte al nulla. Nulla e morte rappresentati dallo stormo nero pece di corvi e dall’oscurità che sembra soffocare la volta celeste. E’ questa l’essenza di tutte le cose, di fronte all’annichilimento totale di tutte le possibilità, di tutti i progetti. E tornano le formule delle vie che si perdono nel vuoto e dell’oscurità dei cieli nella “Chiesa di Auvres” (giugno 1890), dipinta un mese prima. E’ la rappresentazione della consapevolezza di trovarsi di fronte al nulla totale. Le possibilità, i progetti, sono negati dall’ennesimo perdersi delle strade in un non-luogo, dalle sbarre alle finestre della chiesa e dalla mancanza di un ingresso per la donna vista di schiena.
Accanto all’angoscia di Van Gogh, accompagnata dalla presa di coscienza della vanificazione delle possibilità umane, si colloca quella delle opere di Edvard Munch (1863 – 1944). Tra queste, sicuramente la più famosa e la più emblematica è “L’urlo” (1893). Così Munch descrive il modo in cui è stato partorito il sentimento di pura angoscia che permea il dipinto: “Un sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.”
L’espressionismo pone l’accento sul soggetto e su quello che sente il soggetto della realtà che lo circonda. E’ una pittura, quindi, essenzialmente interiore. Il frutto dell’urlo non è in nulla di esterno, ma nell’interiorità della donna. E’ l’urlo che deforma la realtà. Urlo d’angoscia per un trovarsi incapace di reagire di fronte a un mondo che estraneo e, affogando nel mare delle possibilità (vedi Kierkegaard), non rimane che urlare.
La realtà viene così deformata e resa dal pittore con un segno aggressivo, fluido, seguendo l’ondulazione del suono. Il rosso, come simbolo della vita perché sangue, rappresenta l’autentica dimensione umana del vero. Noi siamo sangue. Siamo vani di fronte alla morte. E’ inevitabile un urlo, agghiacciante, lacerante, senza emozione alcuna, ma rassegnato e tragico.
 
ma vai a cagare
 
SI
 
PROMETTIMI che sali con noi sulla montagna!
PROMETTIMELO!
 
magari neanche ti ricordi, ma un pò di tempo fa sei passato "da me" a commentare..
io ho gironzolato di qui diverse volte ma non mi piace scrivere cose come "grazie per essere passato, torna quando vuoi, ci si legge"..suona tanto sciatto..
oggi invece mi andava di lasciare un saluto e una vaga traccia perchè sorrido per Ungaretti e rido per le tue parole...!
a presto
 
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